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martedì 22 giugno 2010

RABBIA.

Ho incontrato un bambino cieco, un ora fa.
Gli ho chiesto di darmi la mano, me l ha data.
Ma poi si se’ spaventato. Ha avuto paura.
E ha ritratto la sua.
Poi me l ha ridata, e gli ho chiesto come si chiamava, se avesse un nome.
Che importanza ha. Ha detto chiaramente, senza parlare.
Io non voglio vedere.
Rabbia.
Poi ha ritratto la sua manina, piccola, grande come il mondo, se mai puoi stringere il mondo in una mano, puoi farlo stringendo la mano di un bambino.
Un bambino pieno di rabbia ti dona la sua mano, te la da con fiducia.
E tu puoi stringere il mondo nella tua mano da vigliacco, davanti ad un bambino cieco.
E pensi alla tua poesia, al tuo amore infinito, alla tua verita’ che non trovi, e che non troverai mai, se non ti puoi mettere a nudo davanti ad un bambino cieco.
E richiederti come ti chiami.
Alla fine si e’ risentito ancora, non mi voleva abbracciare.
Perche’.
Perche?
Mi ha allontanato, mi ha respinto.
Mi ha cacciato.
E sussurrando il suo nome si e’ fatto uscire il sangue da un ginocchio, grattandosi.
Mi ha salutato pero’, con cortesia e collaborazione.
Uno spiraglio c’e’.
Una volontà ce l’ha ancora.
Nel suo mondo.
Il figlio di Marco.
Gli occhi ce l’ha, e funzionano, ma non li vuole aprire.
Non vuole vedere. Non vuole. Non v u o l e .
Si chiama Francesco.
E’ un bambino.
Con un urlo dentro che se uscisse ci ammazzerebbe tutti, dalla rabbia.


Ma che ne sai tu.
E io.
E lei, o lui.
O il prete.
O un Dio qualsiasi, chiamalo come tu vuoi.
Dio Sole, Dio Luna.
Dio Terra, Cielo e Vento.
Il Dio del Suono.
Chi lo sa?
Tu che ne sai.
O io?
Prenditi in mano, e mettiti davanti ad un bambino cieco.
Sai che puoi parlare per ore senza avere risposta,
ma e’ piu’ forte del dolore di stare davanti allo specchio a guardare la tua linea finita.
La linea delle tue labbra, e delle tue orecchie, e dei tuoi occhi.
Che non funzionano perche non li sai far funzionare.
Non c’e’ spazio vitale, solo virtuale, chiuso nei parametri di un computer con schermo piatto, come il tuo encefalo. Gramma piatto.
Conosci solo il piatto dove bastardo ingrassi con le tue leccornie.
O il piatto dove punti tutti i tuoi finti e finiti sogni, e infiniti valori perduti, mai avuti.
Quindi che ci perdi?
Che ci perdi a metterti davanti ad un bambino che non vuole vedere?
Provaci.
Mettitici, davanti. Tu e i suoi occhi spenti.
Il suo cuore e’ vivo, il suo sangue ti arriva addosso a macchie malate, chiazzate.
Di sangue di tigre impiccata all’albero, sgocciolante.
Le sue gocce ti macchiano il vestito, stronzo.
Sgozzati la gola.
Fai vedere il tuo sangue malato.
Non sai che dire.
Non sai che fare.
Spogliati, davanti ad un bambino cieco.
E graffiati,
guarda il tuo sangue.
Leccalo. E piangi.
Ammazzati dal dolore.
E ricordati che tu gli occhi li apri.
Ma vedi?

nelloromano
16 giu 2010

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